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27 GENNAIO – GIORNO DELLA MEMORIA 2022

Il 27 gennaio 1945 è il giorno in cui, alla fine della seconda guerra mondiale, i cancelli di Auschwitz vengono abbattuti dalla 60esima armata dell’esercito sovietico, liberando i prigionieri superstiti.

 

Con la legge 211, del 2000, in Italia ogni 27 gennaio si commemora il “Giorno della memoria”.

Questa legge è composta da due semplici articoli:

1. Istituisce ogni 27 gennaio il “Giorno della Memoria”: una commemorazione pubblica non soltanto della shoah, ma anche delle leggi razziali approvate sotto il fascismo, di tutti gli italiani, ebrei e non, che sono stati uccisi, deportati ed imprigionati, e di tutti coloro che si sono opposti alla ‘soluzione finale’ voluta dai nazisti, spesso rischiando la vita;

2. Prevede l’organizzazione di cerimonie, incontri ed eventi commemorativi e di riflessione, rivolti in particolare (ma non soltanto) alle scuole e ai più giovani. Lo scopo è quello di non dimenticare mai questo momento drammatico del nostro passato di italiani ed europei, affinché, come dice la stessa legge “simili eventi non possano mai più accadere”. Come queste parole indicano chiaramente, non si tratta affatto di una ‘celebrazione’, ma del dover ribadire quanto sia importante studiare ciò che è successo in passato.    

NELLA

[…]

Io se sono qui lo devo alla solidarietà delle dottoresse, non han potuto farlo per tutte, non han potuto fare niente per mia sorella ma io se sono qui lo devo a loro, perché mi han tirato fuori dalle liste dei forni crematori. La sera prima di andare a letto si sentiva un gran rumore, un gran chiasso, c’era qualcuno che si picchiava, che litigava poi spegnevano la luce e allora si sentiva in francese, polacco, russo, in italiano bonne nuit, dobranoc, in polacco, in russo mi pare si dicesse spokoynaya noch’, buonanotte. 

Il tempo nel campo di concentramento 

Io ho sempre detto che dove si è ottenuta la parità tra uomini e donne sia stato in campo di concentramento, non è che come donne avessimo dei privilegi in più. Come donne nel campo dopo un mese non ci sono più venute le mestruazioni. In quella sporcizia era sicuramente un vantaggio non avere niente…Lì il campo era esclusivamente femminile, lì come si fa a descrivere la sporcizia, la fame, il freddo… Siamo arrivate là, come ho detto, in agosto, e abbiamo cominciato a parlare delle castagne, dicevamo: per il tempo delle castagne saremo a casa, e allora quelle che abitavano nelle zone di montagna facevano gli inviti per quando saremmo arrivate a casa, ci invitavano a mangiar le castagne. Poi passò il tempo delle castagne e che c’era dopo?Ricordo, eravamo al 15 di dicembre e dicevamo: per Natale saremo a casa, dalla disperazione che avevamo pensando di dover passare l’inverno in quei freddi. D’inverno ci diedero un paltò, ma sotto avevamo gli stessi stracci e naturalmente quando li lavavamo dovevamo girare col bagnato addosso finché non s’erano asciugati: non si poteva lasciare nulla da nessuna parte perché se si lasciava incustodito uno spillo spariva subito. Passare l’inverno lì voleva dire non farcela. 

Nella si interrompe 

Ricordo, la mattina alle quattro si usciva per fare l’appello. Bisognava stare tre ore impalate, a volte con 18 gradi sotto zero. Gli stracci che avevamo addosso ci si gelavano, ci si gelavano i capelli. La mamma dovevamo portarla fuori a braccia tante volte, perché non stava in piedi. Quando fu ricoverata, dopo una settimana morì. Noi, la mamma, l’abbiamo vista consumarsi, proprio consumarsi, è morta che non aveva più niente, solo la pelle e le ossa. A rischio di bastonate, andavamo a vederla in infermeria. E avemmo la soddisfazione, chiamiamola pure così, di vederla l’ultima sera. Quando tornavamo da lavorare riuscivamo qualche volta a parlarle da una finestra; poi lei non poteva più alzarsi e con l’aiuto di altre riuscimmo ad andare dentro. L’ultima sera non ci riconobbe nemmeno più, ma era calma, tranquilla.E la mattina dopo l’abbiamo trovata già morta in quella cuccia. Sembra un paradosso dire che è stata una soddisfazione vedere nostra madre morta in quella cuccia lurida e piena di insetti. Quando le detenute morivano, venivano denudate e ammucchiate nella stanza dei lavandini; a sera, ce n’erano delle decine per ogni baracca. Venivano poi caricate, anzi buttate, su dei carretti e quel macabro carico di corpi scheletrici e nudi partiva verso il forno crematorio.Poi siamo arrivate a febbraio io ho cominciato ad avere la tosse, febbre, poi in febbraio si sperava che finisse la guerra, si sentivano notizie da radio campo che diceva che sono a 40 km, sono qui, sono là, sono a Stettino, sono non so dove. Cercavo di non andare in infermeria, per 15 giorni avevo la tosse, la febbre, ho cercato di resistere a non andare in infermeria e alla fine sono dovuta andare. Mi ricordo era il 12 febbraio che era un lunedì, mi ricordo ancora e il giovedì 15 febbraio partì l’unica sorella che stava ancora in piedi. Quindi da lì non ho più saputo niente di nessuno. Ci siamo trovati con mia sorella attraverso quei bigliettini fino al 4 marzo, che era una domenica, partirono tutti questi gruppi dall’infermeria, li chiamarono anche da dove ero io e poi davvero non ho più saputo niente di nessuno. 

[…]

Brano tratto dal Libro

MEMORIAE – Territori nazifascisti 1943/45” di Antonella Restelli
illustrato da Emauele Giacopetti

Il progetto MEMORIAE Territori nazifascisti 1943/45 è stato finanziato dal Fondo italo-tedesco per il Futuro dell’Ambasciata della Repubblica Federale di Germania a Roma

https://www.memoriae1943-45.it/

 

Nella Baroncini, collaboratrice del movimento di liberazione bolognese, fu arrestata nel febbraio 1944 e il 6 maggio 1944, insieme a tutta la sua famiglia, è trasferita con un gruppo di altri detenuti politici al campo di Fossoli, dove aspetterà fino al 2 agosto quando, dopo una tappa a Verona, viene caricata in un vagone piombato diretto al lager di Ravensbrück, dove arriva il 6 agosto. Verrà deportata in Germania assieme a tutta la famiglia: il padre, la madre, le sorelle Iole e Lina. Nei campi di concentramento morirono il padre, la madre e la sorella Iole.

Per vedere l’intervista video di Nella Baroncini, clicca qui

C’è un paio di scarpette Rosse di Joyce Lussu 

C’è un paio di scarpette rosse numero ventiquattro quasi nuove:sulla suola interna si vede ancora la marca di fabbrica “Schulze Monaco”. 

C’è un paio di scarpette rosse in cima a un mucchiodi scarpette infantili a Buchenwald. 

Più in là c’è un mucchio di riccioli biondi di ciocche nere e castane a Buchenwald. Servivano a far coperte per i soldati. Non si sprecava nullae i bimbi li spogliavano e li radevano prima di spingerli nelle camere a gas. 

C’è un paio di scarpette rosse per la domenica a Buchenwald.Erano di un bimbo di tre anni, forse di tre anni e mezzo. Chi sa di che colore erano gli occhi bruciati nei forni,ma il suo piantolo possiamo immaginare,si sa come piangono i bambini. 

Anche i suoi piedini li possiamo immaginare. Scarpa numero ventiquattro per l’eternitàperché i piedini dei bambini morti non crescono. 

C’è un paio di scarpette rosse a Buchenwald, quasi nuove,perché i piedini dei bambini morti non consumano le suole… 

Il Bambino Stella (di Hausfater Rachel Douïeb e Olivier Latyk)

Lettura di Manfredi Messana

Segnaliamo l’iniziativa LA MEMORIA DELL’ISOLA di mercoledì 26 gennaio 2022 curata dalle volontarie Auser presso il Centro di lettura l’Isola del Tesoro di Trebbo di Reno – in via Lame 182, in cui viene presentato il libro “Cefalonia: io c’ero” di Orazio Pavignani

Scarica qui il volantino