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Accoglienza? Si può fare! L’esperienza di Monghidoro

17 Nov

Accoglienza? Si può fare! L’esperienza di Monghidoro

di Vittoria Comellini, volontaria Auser di Monghidoro

Accoglienza è una parola semplice ma difficile a volte da applicare, da rendere nella concretezza. Eppure è quanto siamo riusciti a fare a Monghidoro grazie alla sensibilità e buona volontà di molti a dispetto (e contro) il pregiudizio e la mancanza di disponibilità di molti altri.

La prova per mettere in pratica certi nostri valori ci è stata offerta quando la prefettura bolognese ha individuato in Monghidoro uno dei paesi dove ospitare una piccolissima parte delle migliaia di profughi che, negli ultimi mesi, sono arrivati in Italia. Profughi fuggiti da guerre e rischi di fame, torture e morte nei loro Paesi, scacciati e maltrattati alle frontiere, rinchiusi in spazi angusti e filospinati come bestie da mandare al macello.

Al nostro paese sono stati destinati 15 minori non accompagnati. Solo 15, ma la levata di scudi è stata violenta e sconsiderata. Nella riunione indetta dal sindaco per annunciare l’arrivo di questi ragazzi e trovare insieme delle soluzioni di accoglienza, se ne sono sentite davvero di ogni genere. Chi urlava di stupri, chi di malattie infettive, chi di furti, chi persino di crocifissi rimossi.

Accuse e scenari terribili vengono di solito da persone influenzate dai media e da un certo tipo di tv, da persone che di solito non conoscono neanche i luoghi e la storia di quei Paesi da cui arrivano i profughi, da persone che di solito hanno viaggiato poco. Sono loro che alzano la voce, urlano e cercano di ostacolare l’integrazione, la solidarietà e finanche un’ordinanza della Prefettura. Però, nel nostro caso, ha prevalso il buon senso di chi da subito si è messo all’opera per studiare progetti di benvenuto e integrazione per i ragazzi in arrivo.

Volontari Auser, cittadini comuni e di ogni età si sono ritrovati con i rappresentanti della Cooperativa che ha in carico i 15 minori non accompagnati. Ne son venute fuori idee di ogni tipo, tutte finalizzate ad aiutare questi giovani a uscire (se possibile) dai traumi subiti sia a casa loro, sia nel lungo viaggio che alla fine li ha fatti arrivare in Italia.

Le iniziative proposte e che saranno messe in atto sono molteplici: dalle passeggiate per conoscere il nostro territorio a lezioni per imparare l’italiano; da lezioni di cucina nostrana a partite di pallone da organizzare in un paese limitrofo, dove la società sportiva ha messo a disposizione tesseramento, tute e scarpette; da pranzi conviviali con altri ragazzi alla raccolta di rifiuti i alcuni angoli del paese.

L’arrivo di questi ragazzi è particolarmente significativo per il nostro paese che da tempo è impegnato nella valorizzazione del dialogo interculturale e nella ricerca delle radici, nostre e degli immigrati che hanno trovato casa e lavoro sul nostro territorio.

L’esempio concreto è dato dai due musei presenti nella frazione di Piamaggio: quello della tradizione contadina e quello dell’immigrazione. Con queste due realtà cerchiamo di riflettere e di far riflettere sulla nostra storia non tanto lontana e sulla storia degli emigranti di oggi. Prima partivamo, oggi accogliamo (o dovremmo accogliere).

È interessante vedere quello che accade quando proprio i giovani – italiani o immigrati che siano – vengono a visitare i nostri musei, quello della Civiltà contadina e il Piccolo Museo dell’Emigrante. Qui, accompagnati da volontari dell’Auser – che ha “adottato” le due strutture – i giovani possono scoprire realtà che non conoscono, interrogarsi, riflettere.

Nel primo museo i ragazzi possono vedere quali fossero le condizioni di vita sull’Appennino fino a 40 anni fa. Case senz’acqua, senza corrente elettrica, senza servizi igienici … e qualcuno riconosce in questa vita non tanto lontana quella dei villaggi che ha lasciato.

Si possono vedere i materassi riempiti di foglie di granoturco, gli indumenti di lana grezza (quasi come quelli delle montagne etiopi), il lavabo con vaso da notte, testimonianze di pasti poveri a base di polenta, castagne, poche verdure e frutti dell’orto. Oppure entrare in una classe, perfettamente ricostruita, con banco di legno sbrecciato – proprio come quello che si sono lasciati alle spalle – e guardare le foto degli scolari con abiti lisi e scarpe malandate (quelli che le scarpe le indossano …).

E poi si passa al Piccolo Museo dell’Emigrante, inaugurato lo scorso luglio. E qui i ragazzi venuti da lontano, scoprono che non sono soli, che la loro storia è stata anche la nostra. Imparano la storia italiana del Novecento e i nostri viaggi su imbarcazioni sgangherate che, spesso, affondavano. Nelle foto disseminate durante il percorso che porta all’interno del museo, rivedono situazioni e realtà a loro note, quelle che hanno lasciato. Vedono le valigie di cartone e i fagotti che riempivamo con povere e necessarie cose. Scoprono le tragedie delle miniere, dove migliaia di nostri immigrati hanno perso la vita, come oggi accade ai bambini che lavorano nelle miniere africane di oro, cobalto e diamanti. E scoprono anche pezzettini di cultura di altri immigrati come loro, ma provenienti da altri Paesi: oggetti di casa ucraini, la caffettiera eritrea, la teiera degli immigrati tunisini e marocchini.

E, infine, rivedono oggetti a loro cari. Nella valigia dell’emigrante possono ritrovare le stoffe degli Ashanti del Ghana, vestiti somali e pachistani, strumenti musicali utilizzati la sera nel deserto del Mali.

Qualche giorno fa parlando a un incontro pubblico cercavo di spiegare tutte queste cose, quando qualcuno mi ha interrotto dicendo che raccontavo una realtà da “Libro Cuore” e che fuori la realtà era diversa. Ma quelli come noi che si stanno impegnando per accogliere questi ragazzi, la realtà sperano di cambiarla: con piccoli gesti e piccoli passi.

 

Entrambi i musei si possono visitare su prenotazione telefonando all’Auser 3450580666 o allo Iat 331 4430004

 

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